KARL MARX

Secondo me il vero scopo di un filosofo non è quello di cambiare il mondo, ma di capirlo, e cioè l'esatto opposto di quel che ha detto Marx. (BERTRAND RUSSELLl).

Rapporti con Hegel e Feuerbach

Marx continua il capovolgimento dell’Idea hegeliana intrapreso da Feuerbach, l’unico che ha sviluppato una seria critica della dialettica hegeliana. Come lui sostiene che bisogna partire dalla realtà concreta in opposizione all’astrattezza dell’Idea. La dialettica di Hegel cammina sulla testa anziché sui piedi, perché parte dall’astratto anziché dal concreto, dalla Ragione anziché dalla realtà vera.

 

Marx capovolge la posizione hegeliana: bisogna procedere dal concreto all’astratto, dalla realtà naturale all’Idea, dalla materia allo spirito. Marx accetta da Feuerbach la concezione dell’alienazione religiosa, un processo di progressiva estraniazione compiuta dall’uomo su se stesso quando nega a sé determinati attributi e li proietta su un essere superiore. Per Feuerbach è nella religione che va individuata la vera causa della negazione dell’uomo e del progressivo impoverimento del suo essere.

 

Marx critica Feuerbach, il quale non si è chiesto il perché l’uomo senta il bisogno di alienarsi. Ciò non avverrebbe se l'uomo non si sentisse già alienato nella vita terrena, oppresso da un'iniqua situazione sociale. Feuerbach considera l'uomo come un individuo astratto e isolato. L’uomo va concepito nella sua connessione con gli altri uomini, non in un utopistico legame costituito dall’amore, bensì dagli uomini realmente esistenti ed operanti.

 

L’amore per l’umanità non è in grado di risolvere i gravi problemi dell’umanità. L’unica vera forza socializzatrice, in grado di realizzare le capacità umane e di trasformare il mondo è il lavoro: è nel lavoro la vera essenza dell’uomo.

 

Compito della filosofia

La filosofia non deve studiare l’uomo astrattamente inteso, ma deve riconoscere l’importanza dell’attività umana. Da qui partirà Marx per la sua concezione filosofica. La filosofia deve fornire delle indicazioni concrete, deve indicare le reali possibilità di migliorare le condizioni dell’umanità. Se la contraddizione tra ciò che l’uomo è e ciò che vuole essere non viene risolta, permangono le cause dell’alienazione umana e l’uomo continuerà ad evadere i problemi reali e a foggiarsi un suo mondo fantastico.

 

La filosofia precedente si limitava ad interpretare il mondo. Per Marx essa deve cambiarlo. Se l’uomo di Feuerbach si è rivelato in tutta la sua astrattezza, sono pur sempre gli individui concreti, con i loro bisogni, a costituire il presupposto di tutta la storia umana. Feuerbach aveva sostenuto che bisogna restituire all’uomo la sua umanità, facendo in modo che egli si riappropri di quegli attributi che egli aveva proiettato su Dio.

 

Ma, secondo Marx, l’uomo deve anche riappropriarsi delle forme di organizzazione sociale e dello Stato, che per Hegel erano manifestazioni dello Spirito, ma che in realtà sono prodotti dell’uomo. Marx critica Hegel per aver ridotto l’uomo ad autocoscienza e per non aver analizzato la storia concreta dell’umanità, ma solo una storia ideale. Feuerbach aveva rimesso con i piedi per terra l’uomo, dopo che Hegel lo aveva poggiato sulla testa: ora bisogna mettere con i piedi per terra anche il mondo dell’uomo.

 

La problematica dell’alienazione

L’alienazione che, per Feuerbach, era la proiezione, da parte dell’uomo religioso, della propria realtà su una potenza estranea, cioè Dio,  per Marx non è la causa dei problemi dell’uomo, ma è una conseguenza di altre cause.

 

1)l’alienazione religiosa è stata creata dalla classe dominante per costringere la classe dominata all’accettazione rassegnata della propria miseria, nella speranza di una soddisfazione almeno nella vita futura; pertanto la religione è l’oppio dei popoli.

2)l’alienazione economica deriva dal fatto che quanto più il lavoratore produce la ricchezza, tanto più fa arricchire il suo padrone e tanto più aumenta il divario fra la ricchezza del capitalista e la sua miseria: il lavoratore è alienato rispetto al frutto del proprio lavoro, perché non se ne può appropriare.

3)l’alienazione politica è determinata dalla classe dirigente, che detiene il potere economico e politico, mentre la classe operaia è estranea al potere politico.

4)l’alienazione sociale è la gravissima disuguaglianza sociale determinata dalla divisione della società in classi.

 

L’alienazione è un fatto concreto, storico, dipendente dalle condizioni con cui l’uomo è costretto a vivere ed operare. Quando l’uomo lavora e non può godere appieno del frutto del proprio lavoro, quando con la sua attività e i suoi sacrifici arricchisce gli altri e impoverisce se stesso, si verificano quelle condizioni di sfruttamento e di miseria che causano ogni forma di alienazione.

Alla base di tutto sta la proprietà privata, su cui si fonda la logica del profitto: il proprietario dell’azienda è autorizzato a far lavorare gli altri e a incamerare tutto il guadagno: egli sfrutta il lavoro dei dipendenti per il suo unico profitto e non certo per il benessere di tutti.

 

 

La concezione materialistica della storia

 

Sia per Hegel che per Marx la storia è una totalità processuale dominata dalla contraddizione.

Idealismo storico: la storia è il divenire dello Spirito

Materialismo storico: la storia è il risultato dell’attività umana. Il soggetto della dialettica non è lo spirito, ma gli uomini concreti.

Marx vuole svelare la verità sulla storia, al di là delle ideologie. Non bisogna descrivere il modo in cui gli uomini APPAIONO nelle diverse ideologie, ma ciò che gli uomini SONO realmente.

Alla vecchia filosofia idealistica Marx contrappone una visione scientifica che deve esaminare lo sviluppo storico degli uomini. All’idealismo storico di Hegel Marx contrappone il suo materialismo storico.

 

Che cos’è l’umanità? Molti credono che l’uomo si distingua dall’animale per la sua coscienza, per la religione o la morale. Secondo Marx l’uomo si distinse dall’ominide unicamente quando cominciò a produrre i mezzi per la sua sussistenza e a non vivere più alla giornata, ossia in forza della sua attività manuale, grazie alla quale era in grado di provvedere ai suoi bisogni.

L’umanità è la più evoluta specie animale: essa è sorta quando gli individui, anziché lottare individualmente contro le bestie feroci, si sono associati per affrontare insieme i problemi comuni e per creare i mezzi necessari a soddisfare anzitutto i bisogni elementari: cibo, abitazione, difesa ai pericoli,ecc. La storia dell’uomo inizia quando egli crea i mezzi adatti a soddisfare i bisogni vitali. Ciò che gli uomini sono dipende dalle condizioni materiali di ciò che producono, cioè dal loro lavoro. Pertanto l’essenza dell’uomo sta nella produttività.

A differenza dell'Umanesimo di Feuerbach, il Materialismo storico di Marx vuole cogliere il movimento reale della storia: è la storia degli uomini associati per produrre i mezzi necessari a soddisfare i bisogni elementari.

L’essenza dell’umanità, la storia delle sue attività e lo sviluppo della società, sono determinati dalle condizioni materiali della vita. Le vere forze motrici della storia, dunque, non sono le forze spirituali (la religione, l’arte, le ideologie (le ideologie sono l’insieme di idee, rappresentazioni che mascherano la realtà con immagini e giustificazioni illusorie, che sono rappresentazioni deformate della realtà degli uomini e della società).

Le forze motrici della storia sono le forze materiali, ossia le forze economiche, che comprendono:

- le forze produttive, che comprendono uomini, mezzi e macchine necessari per produrre il lavoro;

- i rapporti di produzione, ossia i rapporti che si instaurano fra gli uomini nel mondo del lavoro (rapporti economici fra le varie classi sociali). La chiave di lettura della società dal punto di vista statico (la sua ossatura economica), ma anche dal punto di vista dinamico (la spiegazione dell’andamento della storia e del divenire della società è costituita dalle forze produttive e dai rapporti di produzione, che insieme costituiscono la base economica della società, ossia la sua struttura. Su questo fondamento economico (struttura) nascono le sovrastrutture della società (rapporti politici, giuridici, filosofia, arte, letteratura). Pertanto le ideologie  non sono le vere cause né delle situazioni sociali né dei cambiamenti della società, perché le vere cause sono dovute alla struttura economica. Le sovrastrutture dipendono dalla struttura, che è la vera forza della società.

Mentre la forze produttive sono in continua evoluzione, i rapporti di produzione si evolvono più lentamente. Da ciò deriva necessariamente la crisi.

Infatti, col progredire della storia, la produzione della ricchezza non è più privatistica ma sociale (frutto del lavoro collettivo di operai e dirigenti); perciò anche la distribuzione della ricchezza deve essere sociale e non privatistica.

Mentre per Hegel la storia è il divenire dello Spirito, per Marx essa è il risultato dell’attività umana. La storia rivela, attraverso i conflitti, il carattere dialettico della realtà e la conseguente trasformazione del mondo.

La storia dell’umanità è in continua evoluzione ed ha un carattere dialettico, ossia presenta una sua contraddittorietà interna, come sosteneva Hegel. Ogni epoca storica porta con sé ed alimenta quegli elementi che porteranno alla sua dissoluzione.

La storia dell’umanità è una storia di lotte di classe: in ogni fase della storia vi è sempre una classe in ascesa, mentre la classe che aveva dominato nell’epoca precedente cade in declino. Soggetto della dialettica storica non è più lo spirito, ma gli uomini concreti, che combattono per migliorare le proprie condizioni di vita.

Dal comunismo primitivo (lavoro collettivo, in cui non esisteva la proprietà privata) si è passati alle civiltà antiche, basate su un’economia schiavistica, in cui è nata la proprietà privata e lo sfruttamento del lavoro altrui. L’economia schiavistica genera il feudalesimo, in cui nasce una nuova classe, la borghesia, che rovescia il feudalesimo. Dalla borghesia sorge il proletariato, la grande classe dei lavoratori dell’industria. I proletari sono sempre più sfruttati dai capitalisti e vengono ridotti in miseria. Il proletario è colui che lavora e produce, ma non possiede la proprietà dell’azienda e non usufruisce dei vantaggi del suo lavoro, in quanto viene sottopagato e maltrattato.

 

Solo una parte del salario che riceve è proporzionato al valore reale del suo lavoro (valore-lavoro). La differenza è il pluslavoro, che non è pagato e costituisce un plusvalore, di cui si appropria il capitalista (accumulazione del capitale).  Il capitalismo, oltre allo sfruttamento del lavoro operaio, comporta alti costi umani: disoccupazione, stress, lavoro alienante e disuguaglianze sociali.

 

 

 

Il Capitale

Ogni merce ha un valore d’uso (dev’essere utile a qualcosa e ciò dipende dall’uso ossia dal consumo che si fa della merce) e molteplici valori di scambio (le altre merci con cui può essere scambiata) che dipendono da un fattore comune, cioè dalla quantità di lavoro socialmente necessario (produttività sociale media in un determinato periodo storico) per produrla. Più lavoro è necessario per produrre una merce, più essa vale.

 

Il valore non si identifica col prezzo, su cui influiscono altri fattori, come l’abbondanza o la scarsezza di una merce. Marx contesta il feticismo delle merci, tipico del capitalismo, in cui il prodotto domina l’uomo e i rapporti sociali appaiono come semplici rapporti fra cose, autonome rispetto a chi le ha prodotte e dimenticando che le merci sono il frutto del lavoro umano. 

 

Nel capitalismo la produzione non è solo finalizzata al consumo ma anche all’accumulazione del denaro. La formula del processo capitalistico è

D – M – D¹ (denaro – merce – denaro uno ovvero più denaro)

perché il denaro acquisito alla conclusione del ciclo è aumentato rispetto al denaro impiegato inizialmente per comprare la merce. 

 

Il plusvalore

Marx parte dal presupposto che il valore di un bene sia dato dalla quantità di lavoro necessaria a produrlo (come già dicevano gli economisti classici Smith e Ricardo). Ora, il capitalista compra la forza-lavoro dell’operaio dandogli un salario. Se infatti il capitalista desse al salariato l’intero prodotto del suo lavoro, non ne avrebbe per sé alcun profitto. Egli invece paga solo in base a quanto occorre per il sostentamento dell’operaio. Da ciò si origina il plusvalore, che è quella parte del valore prodotto dal lavoro salariato (pluslavoro) di cui il capitalista si appropria. Ed è proprio il plusvalore che rende possibile l’accumulazione capitalistica, cioè la produzione del denaro col denaro. 

 

Marx distingue tra capitale variabile (il capitale investito nei salari) e capitale costante (quello investito nei macchinari e in tutto ciò che serve per far funzionare la fabbrica). Poiché il plusvalore nasce solo in relazione ai salari, ossia al capitale variabile, il saggio del plusvalore, ossia la percentuale del plusvalore, è dato dal rapporto tra il plusvalore e il capitale variabile. Ma il capitalista investe non solo in salari ma anche in impianti (capitale costante), per cui il saggio del profitto (ciò che intasca il capitalista), deriva dal rapporto tra il plusvalore e il capitale variabile più quello costante. Di conseguenza il saggio di profitto sarà sempre minore rispetto al saggio del plusvalore. 

 

La caduta tendenziale del saggio di profitto

Per ottenere una sempre maggior produttività nel lavoro, vi è la necessità nell’economia capitalistica di introdurre nuovi e più efficienti metodi e strumenti di lavoro. Proprio l’aumento di produttività genera il fenomeno delle crisi cicliche di sovrapproduzione. Essa porta anche alla distruzione dei beni e alla disoccupazione. Genera altresì la caduta tendenziale del saggio di profitto, la legge per cui, aumentando smisuratamente il capitale costante (macchine e materie prime) diminuisce il saggio di profitto, cioè il guadagno del capitalista.

 

La legge equivale ad un andamento decrescente ed è il "tallone d’Achille" del sistema capitalistico: essa, mettendo in difficoltà la borghesia, finisce per produrre la scissione della società in sole due classi antagonistiche, con pochi capitalisti da una parte e molti salariati sfruttati dall’altra. Ma ciò porterà all’inevitabile rovesciamento del capitalismo e alla rivoluzione proletaria con la vittoria finale del comunismo. 

 

La storia dell’umanità si concluderà con la vittoria del proletariato sulla borghesia con la dittatura del proletariato: i lavoratori dovranno insorgere, impadronirsi degli strumenti di produzione e prendere in mano il potere; divideranno in ugual misura gli strumenti produttivi e aboliranno la proprietà privata, instaurando una società senza classi. Solo in una società comunista ogni uomo, riconquistata la sua umanità e la sua dignità, saprà realizzarsi mediante il lavoro, che è lo strumento più efficace per l’affermazione di sé e delle proprie capacità.

 

La filosofia deve concludersi indicando all’uomo la necessità della lotta per restituirgli la sua autentica libertà, eliminando l’alienazione economica, unica vera causa di ogni alienazione umana. E’ utopistico tentare di cambiare la società partendo dalle sovrastrutture, come l’amore o la religione: non si deve partire da ciò che gli uomini dicono, pensano e si rappresentano, ma da ciò che fanno, dalla loro azione (prassi) e non dalla teoria.

 

 

ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

Arlecchino solo.

Arlecchino ripulisce un abito su un tavolino e riflette ad alta voce.

ARL. Dice il proverbio: o servi come servo, o fuggi come cervo: non voglio che il mio padrone si debba lamentare di me. Gli piace la pulizia ed è così buono che merita di essere servito di cuore. Un  uomo che s’innamora ha delle ore buone e altre cattive. (prende il cappello per spazzarlo) Io so che brutta bestia è l'amore. Da due mesi vivo in questa casa e il mio padrone fa un po’ l’amore con la padroncina di casa; e io non ho coraggio di dirlo alla cameriera. (rimette il cappello a suo luogo, poi ritorna pensoso) Come posso sapere se mi vuole bene oppure no? Se non glielo domando, non me lo dirà mai. Ma non ho coraggio di attaccare discorso. Se lei mi desse qualche motivo... Se mi guardasse un po’, ma non mi ha mai dato un’occhiata come dico io. Non ho nessuna certezza ma non ho neanche ragione di disperarmi. Se sapessi scrivere, scriverei una lettera. Ma per mia disgrazia, i miei genitori erano analfabeti e non hanno voluto un figlio più virtuoso di loro. È vergognoso che io non sappia scrivere. Imparare è tardi. Potrei farmi scrivere una lettera da qualcuno, ma non voglio confidarmi con chiunque. Sarebbe più facile farmi coraggio e dirle i miei sentimenti. Ma sono troppo modesto e non mi decido.

SCENA SECONDA

Roberto agitato, ed il suddetto.

ROB. Arlecchino. Il pittore è venuto? (agitato)

ARL. No, signore, non l’ho visto.

ROB. Torna da lui: deve consegnarmi il ritratto prima di mezzogiorno, altrimenti non mi serve più.

ARL. Il ritratto è finito. Deve riporlo in una cornice.

ROB. Egli mi ha promesso di mandarmelo prima di sera; ma io ne ho bisogno prima di mezzogiorno.

ARL. Caro padrone, perché tanta premura?

ROB. Questa sera devo partire... il baule deve essere in ordine per questa sera.

ARL. (Oh povero me!) Dove andrete, padrone?

ROB. Per Roma. (agitato)

ARL. Ma perché così d’improvviso?

ROB. Mio zio è moribondo. Egli mi ha allevato come un padre e il mio futuro dipende dal suo testamento. Ho ricevuto stamattina una lettera che mi comunica che la malattia è acuta e che i medici non gli danno sei o sette giorni di vita. Va’ subito dal pittore.

ARL. Se dovete uscire di casa volete che vi vesta?

ROB. Sì, vestitemi e poi andate.

ARL. (Lo aiuta a vestirsi) Qui sanno che andate via?

ROB. Non ho ancora veduto nessuno; è presto.

ARL. Cosa dirà la signora Dorotea?

ROB. Son certo che se ne dispiacerà, ed io ne sono mortificato; ma è meglio ch'io me ne vada.

ARL. Ma perché meglio? Se vostra signoria le vuole bene, perché non fa la domanda a suo padre?

ROB. Non posso. Mio zio si offenderebbe se non lo chiedessi a lui; ed il signor Anselmo non me l'accorderebbe senza il consenso di mio zio.

ARL. Mi dispiace lasciare Bologna!

ROB. E perché? Hai forse qualche amoretto?

ARL. Oh! Io un amoretto? (si vergogna)

ROB. Oh! Va’ a vedere questo ritratto.

ARL. Hanno bussato alla porta dell'anticamera. (va alla porta) Ecco qua il servitore del pittore.

SCENA TERZA

Giacinto ed i suddetti.

GIAC. Servitore umilissimo.

ROB. Avete portato il ritratto?

GIAC. Eccolo qui, signore; è un capolavoro. Osservi quale delicatezza di colorito, gli abiti e la mano!

ROB. La pittura è bellissima; ma non vedo sufficiente somiglianza. Che ne dici, Arlecchino?

ARL. Oltre alla somiglianza il quadro ha valore.

GIAC. La somiglianza è un talento che non si acquista con l'arte. Io ho un talento per i ritratti.

ROB. Devo darlo subito alla signora Dorotea.  (Arlecchino, dai la mancia a quel giovane). (parte)

SCENA QUARTA

Arlecchino e Giacinto

ARL. Il mio padrone mi ha ordinato di darvi qualcosa per il vostro incomodo...

GIAC. Oh! signore... (cerimonioso)

ARL. Ecco, amigo. (gli dà il danaro)

GIAC. Non rifiuto le gentilezze (prende il danaro)

ARL. Eseguo gli ordini del mio padrone. Sono pover’uomo, ma galantuomo.

GIAC. (Gli mostra un ritratto) Conoscete questo ritratto?

ARL. Ma è la mia figura! (con ammirazione)

GIAC. L’ho fatto io, vostro umilissimo servitore.

ARL. Voi? (guardandolo bene)

GIAC. Ho del talento per la pittura; e un giorno farò la mia figura nel mondo.

ARL. Vi apprezzo molto. Il ritratto mi somiglia. Ma come m'avete dipinto, senza che lo sapessi?

GIAC. Mentre il mio padrone dipingeva, io lavoravo guardandovi segretamente.

ARL. Siete molto abile. (gli vuol render il ritratto)

GIAC. Signore... Il ritratto è suo. Io l'ho fatto per vossignoria. La prego di riceverlo e di gradirlo.

ARL. Rifiutare un dono è segno di inciviltà. Non lo merito, ma vi ringrazio. (lo chiude)

GIAC. Credo di aver impiegato bene il mio tempo per una persona come vossignoria.

ARL. A Roma parlerò molto bene di voi.

GIAC. Ho impiegato tre o quattro giorni di lavoro. Pensi solo alla spesa dei pennelli, dei colori, dell'avorio, dell'astuccio, della legatura.

ARL. Oh! Quanto varrà tutta questa grande spesa?

GIAC. Mi rimetto alla sua cortesia.

ARL. Un povero servitor non ha molto denaro. Per le spese, ecco un testone (lo prende dalla tasca)

GIAC. Perdoni. (lo rifiuta). Il suo padrone ha pagato dodici zecchini. Per il suo mi dia tre zecchini.

ARL. Riprendetevi il ritratto. Non voglio spendere tre zecchini. Non ve l’ho chiesto e non lo pagherò.

SCENA QUINTA

Roberto e detti

ROB. Cos'è questo strepito? (ad Arlecchino)

ARL. Costui mi ha fatto il ritratto senza chiedermelo e pretende che io lo paghi.

GIAC. È un ritratto rubato. Questa è la mia abilità.

ROB. Lascia vedere. Ti somiglia. (ad Arlecchino)  

GIAC. Somiglia. Ecco la mia abilità.

ROB. Arlecchino, il ritratto somiglia, prendilo Signor pittore, quanto vuole per questo ritratto?

GIAC. Colori, avorio e acquavite, solo tre zecchini.

ROB. Dategli due zecchini per conto mio.

ARL. Glieli darò. (va a prendere il danaro)

ROB. Perché fare un ritratto senza che vi sia ordinato? (a Giacinto)

GIAC. Faccio sempre così. Se aspettassi che me li ordinassero, non ne farei mai.

ARL. Ecco qua i due zecchini. (a Giac.)

GIAC. Grazie infinite (chi non s'aiuta, si affoga). (parte)

SCENA SESTA

Roberto ed Arlecchino

ARL. Cosa vuole fare di questo ritratto? (a Roberto)

ROB. Tieni, Arlecchino. Ti somiglia moltissimo.

ARL. Grazie infinite (lo mette sul tavolino)

ROB. Non ho potuto vedere la signora Dorotea; dì alla cameriera che venga qua.

ARL. Vuole parlare a Camilla? (con passione)

ROB. Sì, voglio pregarla di dare lei il ritratto alla sua padrona. Dille che questa sera si deve partire.

ARL. (sospirando) E devo dirlo a Camilla?

ROB. Forse ella ha un’inclinazione per te?

ARL. Non lo so.

ROB. Povero pazzo!

ARL. (parte)

SCENA SETTIMA

Roberto, poi Camilla

ROB. Povero giovane! Lo compatisco. Non avrà avuto coraggio. È timido ma è proprio un buon figliuolo.

CAM. (Povera me! Se Arlecchino va via, mi porta via il cuore).  Che cosa mi comanda, signore?

ROB. Voi sapete che ho promesso un ritratto alla signora Dorotea e siccome devo partire stasera...

CAM. (Ah non vedrò più il mio caro Arlecchino!)

ROB. Che avete, Camilla? Vi dispiace la mia partenza per me o per Arlecchino?

CAM. Arlecchino... ha il suo merito... Ma lui non mi pensa e io non penso a lui.

ROB. Su, date il mio ritratto alla signora Dorotea.

CAM. Sì.  (lo mette in un taschino del grembiule)

ROB. Il signor Anselmo è in casa?

CAM. L'ho veduto che stava per partire.

ROB. Andrò ad avvertirlo della mia partenza. (parte)

SCENA OTTAVA

Camilla sola.

CAM. Mi porta via il mio caro Arlecchino! Ma lui non mi pensa: non mi dimostra segni d'inclinazione. Io l'ho amato dal primo giorno e sono pazza per lui. Ma non gliel'ho detto per non essere rifiutata; ora se n'andrà, ed io non saprò mai se mi ama. Almeno porto il ritratto alla mia signora, che è così afflitta. (vede il ritratto d'Arlecchino) Ah! il ritratto del mio caro Arlecchino! Oh come è bello! Arlecchino lo ha fatto fare per me? Allora me lo prendo (lo prende).

SCENA NONA

Carlotto e la suddetta.

CARL. (Oh, vedo nelle mani di Camilla un ritratto)

CAM. È bello ma l'originale lo supera. (C’è Carlotto. Non lo deve vedere! Nasconde il ritratto in tasca)

CARL. Che cosa osservava di bello, signora Camilla?

CAM. Io? Niente.

CARL. Avete in mano un ritratto.  Lo dirò al padrone. (in atto di partire)

CAM. Fermo. Non dite niente a nessuno.  (gli mostra il ritratto di Roberto) Il signor Roberto manda questo ritratto alla signora Dorotea.

CARL. Non lo posso credere. Il signor Roberto donerà il suo ritratto alla figlia di un amico che lo ospita in casa sua, senza che il padre lo sappia?

CAM. Questa sera il signor Roberto parte per Roma, e glielo lascia senza cattiva intenzione.

CARL. E voi lo dareste alla signora Dorotea?

CAM. Glielo darò. (lo mette nel taschino con quello di Arlecchino) (Ho paura che costui racconti in giro il mio segreto, ch'io amo Arlecchino).

SCENA DECIMA

Camilla e Dorotea..

DOROT. Camilla, datemi il mio ritratto.

CAM. Tenete, tenete. (le dà un ritratto senza badare ed esce)

SCENA UNDICESIMA

Dorotea sola.

DOROT. Mi dà pena la partenza del signor Roberto. Se mi ama davvero, spero che otterrà da suo zio il permesso di parlarne a mio padre e che mio padre sarà contento. Ma che farò, lontana da lui? Almeno mi consolerò col ritratto. Cosa vedo! Questo è il ritratto del servitore. È forse un equivoco di Camilla? Questo ritratto potrebbe essere a lei destinato. Oh! Ecco mio padre. Nascondiamolo, per salvare Camilla. (si mette il ritratto in tasca)

SCENA DODICESIMA

Anselmo e la suddetta.

ANS. Che cosa si fa in questa camera? (con sdegno)

DOROT. Sono qui... così... passavo per caso.

ANS. In questa camera non voglio che ci si venga.

DOROT. Non c'è nessuno e non potete rimproverarmi.

ANS. Dammi il ritratto (bruscamente)

DOROT. Io non ho ritratti.

ANS. So tutto. Fuori il ritratto del signor Roberto.

DOROT. Chi vi ha detto che ho il ritratto del signor Roberto?

ANS. Me l’hanno detto Carlotto e Camilla. Fuori quel ritratto, sfacciata! per Bacco Baccone...

DOROT. Oh! sì, signore, l'ho avuto. Ecco il ritratto che mi domandate. (glielo dà). Perché siete arrabbiato con me?

ANS. Perché è di quel malcreato di Roberto.

DOROT. A volte ci si può ingannare.

ANS. Non m'inganno, e sono sicuro di quel che dico.  (lo apre, e vede che non è di Roberto) Non è questo.  Fuori il ritratto di Roberto.

DOROT. Signore, giuro che ho solo questo ritratto. Signor padre, la riverisco. (ridendo parte)

SCENA TREDICESIMA

Anselmo solo.

ANS. Camilla è una brava figliuola. Il colpevole è quel briccone di Carlotto. Lo caccerò via. (parte)

ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

Anselmo e CARLOTTO

ANS. (Oh! eccolo qui). Ti ho poi ritrovato.

CARL. Ebbene, signore, avete avuto il ritratto? Avete ragione di essere in collera contro vostra figlia e contro il signor Roberto.

ANS. Vi sbagliate. (mostra a Carlotto il ritratto di Arlecchino)

CARL Oh! ma è il ritratto di Arlecchino. Ho visto in mano di Camilla il ritratto del signor Roberto.

ANS. Impostore bugiardo: perché hai detto che il ritratto era per Dorotea? E se Roberto ha donato il suo ritratto a Camilla, perché incolpi mia figlia? Taci, altrimenti ti prendo a bastonate. (parte)

CARL. Sono sorpreso. Dubito che Camilla m'inganni.

SCENA SECONDA

Arlecchino ed il suddetto.

ARL. (Carlotto guarda un ritratto!)

CARL. Oh! riverisco il signor Arlecchino. (vedendo Arlecchino, nasconde il ritratto)

ARL. (Dov'è 'l mio? Non lo vedo più). (guardando sul tavolino) Comàndi.

CARL. Sento che la vostra partenza è vicina, e sono venuto per augurarvi il buon viaggio...

ARL. Avete visto un ritratto su questo tavolino?

CARL. Su quel tavolino? No, non ho veduto niente.

ARL. In questa camera ti ho visto che avevi in mano un ritratto. (con calore)

CARL. Non avevo niente. Questo ritratto mi è stato dato e non l'ho preso. (glielo dà e parte)

 

SCENA TERZA

Arlecchino solo.

ARL. (Prende il ritratto e lo mette in tasca senza guardarlo)  Pazienza! Andar via senza dirle niente; meglio non vederla. (porta la roba nel  baule)

SCENA QUARTA

Camilla ed il suddetto.

CAM. Se vedessi il signor Roberto, vorrei ridargli il suo ritratto. Ah! questo sbaglio mi costa caro. Ho perduto il ritratto del mio Arlecchino. (lo vede. Oh cielo! Arlecchino è qui).

ARL. (Ah! La mia cara Camilla!) (resta al suo posto)

CAM. (Non so se andare avanti o tornare indietro).

ARL. (Vorrei parlarle; ma non so come fare). Signora Camilla, la riverisco. (con timidezza)

CAM. Serva, signor Arlecchino. Son venuta a cercare il signor Roberto. Non vorrei disturbarla. Partirà questa sera dunque? (patetica)

ARL. Sì, purtroppo. (sospirando)

CAM. Che? le rincresce di dover partire?

ARL. In verità... mi ricresce moltissimo.

CAM. E perché le dispiace? (pare che si lusinghi)

ARL. Le dirò... mi piace Bologna... ho degli amici...

CAM. (Ah! no, non gli rincresce per me).

ARL. Stasera andremo via. Lo ha deciso il padrone.

CAM. Perché mai questa partenza così improvvisa?

ARL. Le dispiace che andiamo via? (consolandosi)

CAM. Me ne dispiace infinitamente per il signor Roberto... Il signor Roberto ha stima per la mia padrona; partendo le lascerà il suo ritratto.

ARL. Ho anch’io il mio ritratto. Vuole vederlo?

CAM. Lo vedrei con piacere.  (da sé)

ARL. Eccolo qua. (glielo dà, vergognandosi)

CAM. (Guarda il ritratto) Tenga il suo ritratto.

ARL. Se non le dispiace, vorrei offrirglielo.

CAM. No, no. La prego; non posso riceverlo. Serva sua. (Oh! quanto volentieri accetterei quel ritratto: ma mi vergogno). (mentre Arlecchino guarda verso la scena, Camilla mette via il ritratto  di Arlecchino, e tira fuori quello di Roberto)

CAM. Tenga, tenga. (gli rende il ritratto, mostrando aver paura)

 

 

SCENA QUINTA

Arlecchino solo, poi Roberto

ARL. Sono disperato! Maledetto ritratto! (lo getta per terra e lo calpesta) (A Roberto che arriva) Prendete questo maledetto ritratto. 

ROB. Come! Ah indegno! Ah scellerato! Perfido, ingrato! Il tuo padrone che ti ha fatto?

ARL. Ah! sior patron... (con estrema afflizione)

ROB. Se ti spiace partire, se non vuoi venire con me, perché non dirmelo; perché dare in pazzie?

ARL. Ah! sior patron... (si getta in ginocchio)

ROB. Se sei afflitto, perché ingiuriarmi? Perché insultarmi? A chi dicevi indegno e scellerato?

ARL. A me e al mio ritratto.

ROB. Come hai nelle tue mani il ritratto che ho fatto fare per Dorotea? Come l'hai avuto?

ARL. Sono venuto in camera... ho trovato Carlotto... che aveva in mano il mio ritratto... L'ho tolto senza guardare; è venuta Camilla, gliel’ho mostrato, ma l’ha rifiutato.

ROB. Orsù, siamo tutti e due ingannati. La padrona si burla di me; ed il servitore si è burlato di te. Va a terminare il baule. Andiamo a Roma. (parte)

ARL. (Preparerò il baule, ma vorrei almeno sapere chi ha tolto il mio ritratto sul tavolino) (parte)

 

ATTO TERZO

SCENA PRIMA

Arlecchino porta le robe sue per metterle nel baule. Arriva CARLOTTO

CARL. Signor Arlecchino, ecco una lettera ed una scatola per voi. La lettera è diretta a voi. Eccola qui. Una scatola col vostro nome. Al Signor Arlecchino Battocchio.

ARL. Da dove viene?

CARL L'ha portata un facchino. È andato via subito.

ARL. Vi ringrazio dell'incomodo.

CARL. Non è niente. 

 

ARL. Chi scrive, non sa che non so leggere. (apre la scatola, trova il ritratto, e lo apre) Oh bella! Il mio ritratto! Il segreto sarà in questa lettera.

 

CARL. Come siete malinconico. Posso aiutarvi? Non avete ancora letto la lettera? Volete ch'io la legga? (Ci scommetto che non sa leggere). (Conosco la mano; questa è una lettera di Camilla).  È una donna che scrive. dice che vi rimanda il vostro ritratto. Ho rilevato il primo periodo. Ecco cosa dice: Signore, capitatomi nelle mani il vostro ritratto ve lo rimando, perché non saprei cosa farne. (Bravissima! Ora capisco tutto. Lo ama, e non lo vuol dire). È una donna che scrive; superba, incivile, che meriterebbe di essere mortificata.  A chi avete dato il vostro ritratto?

ARL. L'ha avuto Camilla; ma non credo mai...

CARL. Ah sì, l'orgogliosa, la superba! Che si burla di tutti, pretende che tutti l'adorino; e odia quelli che non sanno spasimare per lei. Dite la verità: le avete fatto la corte? L'avete lodata, esaltata? Ha fatto lo stesso con me. Ha veduto ch'io non mi curavo di lei; mi ha perseguitato alla morte.

CARL. Leggete. (gli offre la lettera. Arlecchino vorrebbe prenderla, e Carlotto con arte la ritira, come se fosse in collera per amor di Arlecchino) Cospetto! Si può scrivere una lettera più indegna, più temeraria di questa?

ARL. Datemi quella lettera. Gliela getterò in faccia.

CARL. Non fate così: negherà di averla scritta.

ARL. Vorrei almeno mortificarla...

CARL. Eh! Via. Queste lettere si disprezzano, si scordano, si stracciano... (comincia a stracciare e getta i pezzi per terra)

ARL. Ma perché vi infuriate così?

CARL. Per l'amicizia che ho per voi. (parte)

 ARL. Mi pare che si sia scaldato troppo. Chi mai avrebbe creduto quella giovane così modesta e cortese; mi ha rifiutato il ritratto per superbia. (agitando la mano con cui tiene il ritratto, sente dentro muoversi qualche cosa) (apre e trova sei zecchini) Ho paura che Carlotto m'abbia ingannato.  Forse è geloso di Camilla. Farò leggere la lettera a qualcun (raccoglie i pezzi di carta sparsi qua e là)-

 

SCENA SECONDA

Anselmo ed il suddetto.

ANS. Dov'è il vostro padrone? Mi preme parlargli.

Quando viene il vostro padrone, ditegli che non sia in collera meco, che voglio che siamo buoni amici.

ARL. Sior sì. (ha tutti i pezzi di carta in una mano; e tiene la mano aperta)

ANS. Ditegli che so tutto, che mia figlia mi ha confidato ogni cosa, e che se suo zio è contento...

ARL. Vorrei pregarla di una grazia: se poò unire questi pezzi di carta, mi leggerebbe questa lettera?

ANS. Fa cadere i pezzi a terra ed esce.

 

SCENA TERZA

Camilla ed il suddetto.

 

ARL. Ah Camilla, Camilla! (la invoca da solo)

CAM. Signore, mi chiamate? Vi occorre qualche cosa? (confusa) Avete pronunciato il mio nome.

ARL. Può esser, perché è un bel nome.

CAM E che cosa raccogliete da terra?

ARL. Frammenti di una lettera.

CAM. Di una lettera? Era una lettera di qualche donna? (prende un pezzetto di carta) (Ah! sì, è la mia lettera, la conosco). (da sé) Fate dunque così poco conto delle lettere delle donne? Le stracciate e le disprezzate così?

ARL. E’ stato un mio amico. (ironico)

CAM. E voi avete la debolezza di confidare agli amici le cose vostre? Di confidare una lettera di una donna? Siete indiscreto, imprudente.

ARL. Signora Camilla, perché vi scaldate? Avete scritto voi quella lettera?

CAM. Io?... non l'ho scritta io ... so chi l'ha scritta; conosco la giovane che ha stima e amore per voi, è mia amica, e vi rimprovero per parte sua.

ARL. Cara signora Camilla, vi chiedo perdono. Questa vostra amica è un po’ stravagante.  Mi manda il mio ritratto. Come lo ha avuto?

CAM.  La mia amica m'ha detto che voleva rimandare il vostro ritratto, perché non si credeva degna di possederlo.

ARL. Mi ha mandato anche sei zecchini con una lettera piena di insulti e villanie?

CAM. Questa lettera non conteneva ingiurie e disprezzi. Io ho veduto la lettera, l'ho letta; vediamo se si può leggere qualcosa. Ecco cosa dice: Siate sicuro, che vi ama e che vi amerà sempre l'Incognita che vi scrive.Siete un ingrato.

ARL.  Ah indegno Carlotto!

CAM. Cosa c'entra Carlotto?

ARL.  Sappiate che non so leggere bene e ho pregato Carlotto, che mi ha letto la lettera a modo suo.

CAM. Come! Avete dato a leggere quella lettera a Carlotto che può essere vostro nemico e rivale?

ARL. Mio rivale Carlotto? L'ho sospettato. Ditemi della vostra amica.

CAM. Ormai state per partire, non c’è tempo.

ARL. E perché mai la vostra amica non m'ha dato qualche segno d'amore?

CAM. Una giovane savia e onesta non deve esser la prima. Mi ha detto che toccava a voi dimostrarle qualche inclinazione.

ARL. E’ vero; ma sono timido e non ho coraggio. Son stato cento volte sul punto di dichiararmi, e la vergogna m'ha trattenuto.

SCENA SETTIMA

 

Federico in abito da viaggio, e detti.

FED. Ben trovato, Arlecchino. Vengo da Roma. Lo

 zio del padrone è morto ed ha lasciato il nipote erede di tutto il suo.

ARL. Si è ricordato di me?  (a Federico)

FED. Sì, di voi e di me: mille scudi per ciascuno.

ARL. Allora non vado più a Roma. (a Camilla con gioia)

CAM. (Lo volesse il cielo!)

FED. (parte)

SCENA OTTAVA

Arlecchino e Camilla

ARL. Buone nuove per me. (a Camilla)

CAM. (E per me, se potessi superare la timidezza) Datemi il vostro ritratto, che lo darò all'amica. So che lo riceverà volentieri dalle vostre mani.

ARL. Ditele che l’amo.

CAM. L'amate senza conoscerla?

ARL. Ah! mi pare di conoscerla. (con tenerezza) Credo di non ingannarmi.

CAM. Ed io vi assicuro, che io... che ella... che l'amica... (Non posso più).

ARL. Per pietà, ditemi: siete voi quella amica?

CAM. No, no, non sono io. Vien gente. (con timore)

ARL. Poveretto mi! (balza in piedi)

 

SCENA ULTIMA

Roberto, Dorotea, Anselmo ed i suddetti, poi Carlotto

ROB. La morte del mio povero zio mi rende padrone di me stesso e mi procura l'onore e la felicità di offrirvi la mano ed il cuore. (a Dorotea)

DOROT. Poiché mio padre lo consente, mi abbandono alla più tenera inclinazione.

ANS. Ne ho piacere, per Bacco Baccone.

ROB. Il povero zio è morto. Andremo a Roma tra qualche giorno, se la signora Dorotea lo permette.

DOROT. Signor sì, andate a vedere gli affari vostri.

ROB. E al mio ritorno...

ANS. E al vostro ritorno si faranno le nozze.

ARL. Signor padrone. Vorrei pregarla d'una grazia. Prima di andare a Roma, mi vorrei sposare anch’io.

ROB. Niente in contrario; con chi vuoi maritarti?

ARL. Con l'amica di Camilla. (guardando Camilla)

ROB. E chi è la vostra amica? (a Camilla)

CAM. Signore... Io non so niente. (Non so cosa dire). (da sé)

ROB. Ma chi è? Che cos'è? Vediamo se merita che un servitore onorato e fedele, come tu sei...

ARL. Aiutatemi, Signor padrone, signor Anselmo, signora Dorotea, vi prego, dite a Camilla di dirmi chi è questa signora che mi vuole bene.

ANS. Scommetterei ch'è Camilla.

DOROT. Camilla non parla: è timida, è modesta.

ROB. Animo, animo, figliuola. Arlecchino è un uomo dabbene, è un servitore onorato.

ANS. Orsù, finiamola. Vuoi tu sposarti? (a Camilla, con calore)

CAM. Sì. (modestamente cogli occhi bassi e voce tremante)

ANS. Ma chi vuoi dunque?

CAM. Vorrei... Eccolo qui. (fa vedere il ritratto d'Arlecchino e si copre il viso)

ROB. Animo, promettetevi tutti due, e al ritorno nostro da Roma vi sposerete. Siete contenti?

ARL. Signor sì. (modestamente)

CAM. Signor sì. (con una riverenza modesta)

ANS. Bravi, evviva gli sposi.

CARL.(Arriva) Cos'è quest'allegria, signori? Chi si marita?

ARL. Io e Camilla, per servirvi.

CARL. Pazienza; me la sono meritata. (mortificato)

ROB. Solleciterò la mia partenza per sollecitare il ritorno, e finalmente sposarvi (a Dorotea) E voi altri, in cui l'amore ha combattuto con la timidezza, aspettate con eguale modestia, e siate sempre teneri sposi, e servitori fedeli.

 

Fine della Commedia